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AliNovel > L'ASSEDIO DI PESYATH (italiano) > UN UOMO PERDUTO

UN UOMO PERDUTO

    -ATEIS-


    -L’assedio di Pesyath-


    -PROLOGO-


    In Ateis, la pace ha regnato per duemila anni. Per duemila anni abbiamo ignorato e dimenticato i mondi dell’antichità, i loro popoli, nostri fratelli; e i loro dèi, che sono anche i nostri. Abbiamo dimenticato la bellezza dei luoghi e delle creature che li abitano, così come le ombre che si celano dietro la loro luce.


    Oggi, quelle ombre si sono mostrate.


    Il sigillo di Duhinir è stato spezzato. Il monastero, insieme al monte che lo custodiva, è stato distrutto, e il Tesselm è stato riaperto. La nostra terra è ora connessa a regni antichi e oscuri.


    Dalle loro profondità un antico nemico è entrato nel nostro mondo. La sua ombra si espande come una piaga nel Sud di Enryndar. La terra degli elfi sta venendo devastata, ed è solo una questione di tempo prima che giunga anche nelle altre terre.


    Il sacrificio di innumerevoli vite sul promontorio di Zytur è stato vano; il nemico è più potente di quanto immaginassimo. La nostra sconfitta è stata totale, e temo che le nostre forze non saranno mai in grado di riprendersi.


    L’esercito del Consiglio è stato annientato; i pochi sopravvissuti si sono ritirati sulla terra degli uomini e un piccolo plotone ha trovato rifugio sull’isola di Nytiar. Nani e umani, a causa dei loro re testardi e codardi, rimangono ignari della minaccia incombente. Presto, però, saranno costretti a confrontarsi con l’oscurità e la sua furia.


    Gli elfi resistono con disperata determinazione. Le città di Nytiar e Helyal sono i loro ultimi baluardi, ma la loro forza si sta esaurendo. Sono soli contro un destino crudele, un destino che presto toccherà anche a noi.


    Siamo soli e divisi.


    Amico mio, se questa lettera dovesse giungerti, ti supplico di far ragionare il tuo re nanico. Ricordagli ciò che siamo stati. Nani, elfi e umani hanno trovato salvezza dalle guerre antiche unendosi, vivendo in pace, rispettandosi e sostenendosi a vicenda.


    Solo insieme possiamo affrontare questa crisi, ma se ci concentreremo esclusivamente su noi stessi, la distruzione sarà il nostro destino.


    Con rispetto e speranza,


    Maestro Rywyn.


    Anno 2114, III Era


    -PARTE 1-


    -CAPITOLO 1-


    Un uomo perso


    è in ginocchio, il corpo coperto di fango e sangue, il viso sudato e segnato dalla fatica. Lo sguardo perso nel vuoto riflette una sensazione di impotenza di fronte alla penombra che lo circonda. Intorno a lui i suoni sono sfocati e distanti, come se provenissero frammentati da un''altra dimensione.


    Le mani intrise del sangue di chi ha affrontato testimoniano le vite spezzate dalla sua spada. Sente il peso della guerra che gli stringe il petto.


    Vorrebbe muoversi ma non ci riesce, il suo corpo non gli risponde. Ogni muscolo sembra bloccato come se una forza invisibile lo tenesse fermo a terra, come se le tenebre vive lo avvolgessero. La su volontà è soffocata da un''energia oscura e opprimente.


    I suoni lontani si mescolano in un coro di urla e ruggiti grezzi carichi d’ira e disperazione, finché un ruggito si avvicina e lo coglie di sorpresa alle sue spalle. Forte e improvviso.


    Si svegliò di soprassalto.


    Gli occhi si spalancarono e fissarono in alto il soffitto che per un istante non riconobbe. Il battito nel petto era veloce e il corpo rigido, inspirò per calmare la tensione. Poi d’istinto mosse la mano e sfiorò con l’indice l’anello al dito dell’altra mano, tracciando il contorno del lupo inciso sul metallo.


    Il respiro corto riempiva il silenzio intorno, finché una fitta acuta al fianco lo bloccò. Gli mancò l’aria e ci vollero alcuni secondi prima che riuscì a riprendersi dal dolore.


    Era lo stesso sogno che lo perseguitava ogni notte. Identico. Sapeva che non era un semplice sogno, ma un ricordo distorto del suo passato.


    Si tirò su a fatica, ritrovandosi seduto su un letto di piume all''interno di una stanza in penombra. Era illuminata solo da piccoli spiragli di luce provenienti dai lati dalla tenda che copriva l’ingresso.


    Il corpo nudo e sudato era coperto solo da un fascio di bende che gli copriva tutto l’addome. Poggiò delicatamente la mano sul punto in cui si sentiva bruciare e pulsare sporcandosi di sangue. La ferita si era riaperta nonostante le cure che le erano state dedicate nelle ultime settimane e non mostrava segni di miglioramento.


    Ignorò quel dolore e le bende sporche, la sua attenzione si posò su una bottiglia sul comodino. La prese, ma quando provò a bere scoprì che era vuota. Sentì sete.


    Si guardò intorno e vide la sua fiaschetta appesa all’appendiabiti attaccato al muro. Con un ulteriore sforzo si alzò per prenderla e bere, ma anche quella era priva di contenuto.


    Si sentì frustrato. Una sete innaturale e selvaggia lo sorprese, come se avesse vagato per giorni attraverso il deserto senza una goccia d''acqua. Le labbra erano asciutte e screpolate, la gola era secca e ogni respiro sembrava graffiarla. Questo bisogno intenso diventò un peso, un disagio che si insinuò nei suoi pensieri rendendo ogni altro desiderio insignificante.


    Afferrò la giacca dall’appendiabiti e con un movimento lento e cauto se la infilò evitando di farsi male alla ferita. Barcollante e senza forze si mosse verso l''entrata della stanza, spostò la tenda e una luce intensa lo investì costringendolo a coprirsi gli occhi. Ci vollero alcuni istanti prima di abituarsi a quel chiarore.


    Poi uscì.


    L''aria fresca gli riempì i polmoni, era rinvigorente e pura ma ogni respiro gli provocava un pizzico sulla ferita aperta. I suoi piedi nudi si posarono su un pavimento di mattonelle bianche, fresche e lisce, così immacolate che pensò di sporcarle passandoci sopra.


    Davanti a lui il corridoio continuava per una ventina di metri. Alla sua sinistra la parete era pura roccia bianca e levigata, ricoperta di sottili radici verdastre che si diramavano come vene. Sopra la sua testa la corteccia degli alberi formava un soffitto naturale che scendeva lungo il lato di destra creando una parete aperta, formata da un colonnato intrecciato di rami e foglie. Sembrava quasi che l’albero si avvolgesse in modo spontaneo a formare il corridoio per accogliere gli ospiti. La luce filtrava tra i rami e le foglie disegnando ombre danzanti sul pavimento dando vita e movimento all’ambiente.


    Lungo il percorso si aprivano altre entrate nascoste dietro tende di un verde pallido. Alcune chiuse, altre spostate lasciando intravedere stanze simili alla sua.


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    Alla fine del corridoio l’uomo uscì all’aperto, sotto la luce calda del sole che illuminava una giornata perfetta. Il cielo era di un azzurro limpido senza traccia di nuvole a disturbarlo. A pochi metri davanti a lui il dolce sussurro delle onde che si infrangevano sulla spiaggia con un ritmo calmo e ipnotico e alle sue spalle il leggero fruscio delle foglie degli alberi e il cinguettio degli uccelli nascosti tra i rami.


    L’aria salmastra del mare si mescolava al profumo di piante e fiori selvatici che sbocciavano ai margini della foresta.


    Tutto intorno a lui sembrava un quadro di armonia e serenità, in netto contrasto con il suo aspetto sporco e disordinato.


    Lui era un uomo sui trentacinque anni. Alto, con un corpo tonico e robusto, ma la sua statura era segnata da un’apatia che si vedeva in ogni movimento. Le spalle curve, un tempo dritte e fiere, ora tradivano una mancanza di fiducia. I lunghi capelli neri, un tempo curati, ora cadevano in ciocche disordinate, mentre la barba trascurata dava al suo volto un’aria trasandata. Gli occhi scuri e profondi, una volta brillanti di determinazione, ora erano opachi e riflettevano vuoto. Era vestito con abiti sporchi e sgualciti, segno di un uomo che aveva perso interesse per sé stesso e ciò che lo circondava.


    I suoi piedi affondarono nella sabbia fine e luminosa che si estendeva fino a incontrare il mare cristallino. Qua e là scogli bianchi e lisci spuntavano sulla riva, macchiati dalle alghe e levigati dalle onde. Il mare era circondato da una linea sottile di terra, avvolta del manto verde smeraldo degli alberi che ricoprivano l’isola. Sulla superficie calma alcune navi solcavano le acque della baia, scivolando agili attraverso l’insenatura al lato opposto che apriva al mare aperto.


    Sulla riva gli elfi si muovevano con i loro gesti fluidi e delicati. Alcuni raccoglievano conchiglie dalle forme perfette. Altri camminavano lungo la riva a piedi nudi, lasciando impronte che scomparivano sotto il tocco delle onde. Poco distante due elfe sedevano su un tronco lasciato lì dalla marea, intrecciando alghe e fiori marini, mentre si scambiavano sorrisi e cenni dolci.


    La scena era semplice e pacifica. Un luogo in perfetto equilibrio che sembrava appartenere solo a quel mondo paradisiaco, come se fosse protetto da un incantesimo antico.


    Eppure, nonostante la bellezza che lo circondava l’uomo avvertiva un senso di estraneità da quel luogo. Guardava il paradiso intorno a sé con occhi spenti, privi di gioia, incapace di vivere la sua vera essenza. Sentiva la sua perfezione quasi irreale, distante, come se osservasse da lontano senza farne parte. Ogni cosa apparteneva a una realtà diversa dal mondo in cui era cresciuto e abituato a stare. Era come se una barriera invisibile lo separasse da quella serenità, con una distanza incolmabile. Quel mondo lo accoglieva, ma lui non sentiva il desiderio di farne parte perché sapeva in fondo che non gli apparteneva.


    Nella sua mente aleggiavano pensieri tristi che come ombre non si dissolvevano mai del tutto. I ricordi dolorosi si intrecciavano ai rimpianti di decisioni sbagliate e ai rimorsi di scelte mai prese. Ogni frammento del passato sembrava una catena che lo teneva prigioniero e lo trascinava sempre più a fondo in quel suo abisso.


    Si era unito nell’esercito del consiglio per la buona paga che offrivano in questa guerra che poi gli avrebbe permesso di mettersi da parte abbastanza denaro per realizzare il suo sogno: aprire una taverna nella valle di Gaàron, la sua città, e smetterla di rischiare la vita facendo il cacciatore di taglie.


    Ma non avrebbe mai immaginato che quella scelta lo avrebbe portato in quella situazione così disperata, lontano miglia e miglia dalla sua terra, bloccato su un’isola nel mare del Sud e ospite di un alleato che lo disprezzava. Non aveva nessuna via di fuga, non poteva fare nulla in quella prigionia imposta da circostanze che non poteva controllare.


    La guerra gli aveva tolto tutto e questo lo aveva portato a non sapere più cosa significasse avere uno scopo, né cosa volesse dire credere in un futuro. I sogni che un tempo lo avevano guidato si erano dissolti.


    La secchezza alla gola era insopportabile e ogni respiro sembrava aumentare quella sete implacabile. Si passò la lingua sulle labbra asciutte e il pensiero di un sorso di alcol si fece strada nella sua mente trasformandosi in ossessione.


    Si voltò a osservare la struttura da cui era appena uscito. La roccia levigata era sovrastata da un grande albero. Le radici di questo avvolgevano la struttura come per proteggerla e ricadevano giù entrando nella sabbia. Dietro di essa la città di Nytiar si estendeva ben oltre.


    Era splendente e rigogliosa, e nonostante la guerra devastasse la terra ferma, quel luogo, protetto dai suoi mari e dalla sua flotta restava un rifugio incontaminato. Qui natura e architettura elfica si fondevano in perfetta armonia senza ostacolarsi, come se fossero cresciute insieme.


    Edifici e torri bianche si slanciavano verso il cielo, sfidando gli alberi più alti. Le strade lastricate di pietra, si snodavano tra le case delle pareti ricoperte di rampicanti fioriti. Fontane sgorgavano zampilli d’acqua fresca, statue e archi arricchivano ogni angolo. Gli alberi crescevano ovunque e in qualunque modo, alcuni erano vere e proprie case. Diversi punti della città erano più spogli, lasciando spazio a prati e giardini illuminati dal sole.


    La natura sembrava viva, mossa da un’intenzione silenziosa, come se volesse accogliere chiunque camminasse in mezzo ad essa.


    Qua e là su muri e appesi a rami c’erano lunghi stendardi decorati con il simbolo del popolo elfico che ondeggiavano leggeri: un albero dalla forma elegante e simmetrica. Le radici e i rami ricchi di foglie si sviluppano con linee sinuose e fluide. I colori, che sfumano dal verde pallido al bianco, donavano un senso di leggerezza e purezza. L’albero emanava un’aura magica, come se rappresentasse una forza vitale eterna, un emblema perfetto per rappresentare la natura elfica e il loro legame profondo con la natura.


    La città di Nytiar, soprannominata “corona del mare” sorgeva tra due delle colline appuntite, che crescevano sull’isola.


    L’uomo iniziò ad avanzare lungo la spiaggia, per lo stesso percorso che seguiva da settimane.


    Viveva lì da quasi due mesi eppure non si era ancora abituato a quel luogo, che considerava estraneo. Ogni cosa era diversa da ciò che conosceva: gli odori intensi della natura, i sapori insoliti dei cibi, gli elfi con i loro modi di parlare e comportarsi, i canti e la musica che risuonavano nelle vie. Persino l’architettura e il modo in cui tutto appariva ordinato e immutabile gli facevano sembrare quel mondo distante.


    I suoi compagni si erano adattati. Lavoravano fianco a fianco con i soldati elfici e guadagnandosi rispetto. Ma per lui era diverso. Il suo aspetto trascurato e il fatto che fosse sempre ubriaco lo rendevano poco gradito agli occhi degli elfi. Lo guardavano con sospetto e timore, incapaci di accettarlo.


    Ogni volta che si muoveva per la città avvertiva gli sguardi attenti delle guardie elfiche che lo seguivano ovunque, mentre quelli della gente comune addirittura con disgusto, come se la sua sola presenza potesse contaminare la purezza del loro mondo.


    Lui percepiva ogni cosa e quel giudizio silenzioso amplificava la sua estraneità facendolo sentire ancora più distante, ancora più intruso. Per questi motivi già dopo le prime settimane aveva maturato una totale diffidenza da quel posto e la sua gente.


    Finalmente raggiunse la locanda e lì un sorso d’alcol gli avrebbe offerto un momento di sollievo temporaneo dal peso della realtà. L’edificio si ergeva con la stessa armonia degli altri. Un luogo che sembrava promettere riposo e conforto a chiunque varcasse la soglia. Sorgeva davanti la spiaggia in mezzo a una fila di alberi con tronchi spessi e venosi, come se fossero nati lì per proteggerla. Le pareti erano invase da rampicanti che lasciavano intravedere solamente l’insegna, che mostrava una scritta in elfico incomprensibile per lui.


    Non era la bellezza del posto o il calore dei volti amichevoli, né la qualità dell’alcol a spingerlo fin lì ogni volta. Era la semplice posizione isolata della locanda, nascosta ai margini della città e quindi poco frequentata.


    Spingendo la porta entrò in un ambiente che non aveva nulla a che vedere con le bettole a cui era abituato nella sua città, ma ricordava più la sala privata di un ricco nobile.


    L’interno era avvolto in un’atmosfera accogliente, le pareti erano pulite e finemente intagliate con motivi elfici, l’ambiente era illuminato da luci soffuse di diversi colori provenienti da cristalli appesi, e comode poltrone di velluto e tavoli bassi invitavano a rilassarsi. L’aria era satura di aromi e profumi, dolci e avvolgenti della carne glassata e arrostita, e freschi e vivaci del sidro elfico e delle verdure fresche.


    Appena varcò la soglia l’atmosfera mutò. Era più affollato del solito e gli elfi seduti a rifocillarsi con boccali e piatti colmi si voltarono verso di lui, interrompendo le proprie conversazioni. Un silenzio avvolse la locanda.


    Tra i presenti, tre guardie elfiche vestite con le loro armature lucenti, lo fissavano con occhi carichi di disprezzo


    Lui ignorò quegli sguardi e con un passo stanco e pesante si diresse verso il bancone. Senza attendere né chiedere permesso afferrò una bottiglia con una mano, incurante del barista elfico che lo osservava con disagio. Ci si attaccò bevendo avidamente mentre un rigolo del liquido gli scivolò a dosso. Poi senza dire nulla si spostò nell’angolo più isolato della locanda. Prese posto e continuò a bere in silenzio. Poco dopo un elfa gli portò un piatto pieno di verdure scottate, uno sformato di patate fumante, e una nuova bottiglia di sidro. Iniziò a mangiare affamato.


    <Io so chi è.> Sussurrò una delle guardie elfiche avvicinandosi ai suoi compagni. <Quello è Rogan, il vice degli umani.>


    <Rogan? Quello che ha ucciso un elfo oscuro? L’eroe di Zytur? Non può essere lui guarda in che stato è.> Rispose con tono scettico quello che sembrava essere l’ufficiale.


    <Infatti. Chi metterebbe un uomo simile al comando. Io conosco solo il vice capitano Gharay.> Ribatté la terza.


    <Vi dico che è lui. Ho sentito che in battaglia sia come posseduto da un demone.> Abbassò la voce come se temesse di essere sentito.


    <Si ma non è lui guardalo. è un barbone.> ripeté l’ufficiale con scherno.


    In quel momento si avvicinò il barista servendo una profumatissima minestra speziata. <Se vi state chiedendo chi è quell’uomo mal ridotto, è proprio quello che pensate. Rogan, il vice capitano degli umani.> Disse lasciando l’ultimo piatto e i soldati increduli si girano a guardarlo.


    L’uomo si era incappucciato, lasciando intravedere solo la parte bassa del viso. Era piegato in avanti e in quel momento stava mangiando in modo vorace e rumoroso.


    <Visto?> Disse la guardia che l’aveva riconosciuto anche se le altre stentavano a crederci.


    <Di un po''. Perché lo fai entrare qui dentro? Non avrà neppure i soldi per pagarti.> Chiese l’ufficiale al barista.


    <Semplice compassione. Ha combattuto per noi sul fronte di Zytur, e ne avrà passate tante per ridursi in quel modo. E poi il giorno dopo viene sempre qualcuno a pagare quello che ha bevuto e mangiato.> Rispose l’elfo in modo semplice e diretto.


    L’umano finì di mangiare facendosi persino la scarpetta e lasciando il piatto vuoto e pulito, poi si lasciò andare completamente sulla poltrona e si riattaccò alla bottiglia. Dopo quella ne seguì un’altra, poi un’altra e un''altra ancora.


    Rogan si rigirava tra le dita il suo anello. Era massiccio, fatto di un metallo scuro con al centro inciso il profilo di un lupo dalle linee eleganti e affilate. Il suo muso aveva un’espressione fiera. Non era decorato con pietre preziose ma il suo peso sembrava maggiore di quanto avrebbe dovuto essere. Ogni volta che lo toccava i fantasmi del passato gli risuonava nella testa. Avrebbe potuto liberarsene. Lasciarlo cadere in mare e dimenticare tutto, ma non riusciva a farlo. E forse, in fondo, non voleva separarsene.


    Tra i pensieri e l’alcol passavano il tempo e le bottiglie di sidro si accumularono davanti a lui. A ogni sorso si allontanava sempre di più dal mondo reale finché tutto si spense.


    Dopo qualche ora fu svegliato da una mano leggera sulla spalla. Il barista elfo, un anziano dai lunghi capelli bianchi e intrecciati, lo guardava con un’espressione indulgente. I suoi occhi chiari trasparivano una profonda saggezza. Il suo viso liscio e privo di imperfezioni nascondeva la sua vera età avanzata. Una delle fortune della razza elfica era che la vecchiaia non intaccava minimamente la loro bellezza. L’elfo era ormai era abituato alla presenza di Rogan così come un rituale quotidiano, in cui lo svegliava per invitarlo a uscire.


    L’uomo sollevò la testa a fatica, gli occhi appannati e la mente confusa dal sonno e dall’alcol. La locanda era ormai vuota: sedie e sgabelli erano tirati sul bancone e sui tavoli, ma i profumi non erano spariti. Non rispose. Si passò una mano sul volto come per scacciare la stanchezza. Poi si mise lentamente in piedi. Sentiva il corpo pesante e stanco.


    <Ti giuro che ripagherò tutto…> disse con la voce rauca e uscì ringraziando. L’elfo fece un leggero cenno con il capo e lo osservò fino all’uscita. Poi tornò alle sue pulizie.


    Fuori il sole era ormai calato da qualche ora lasciando il cielo ricoperto di stelle. L’aria era piena di lucciole bianche che danzavano lentamente come se sospese. Intorno a lui la foresta sembrava prendere vita con le piante che emanavano una luce tenue, abbastanza morbida da non dare fastidio ma sufficiente a guidare chiunque si avventurasse nel buio.


    Il richiamo del mare lo attirò come se volesse invitarlo e senza pensarci si avviò verso di esso. Si fermò a pochi passi dall’acqua. Con gesti lenti si tolse la giacca, poi gli stivali e infine i pantaloni. Rimase completamente nudo, tranne per la fasciatura sporca che copriva l’addome e la ferita.


    Sospirò immergendo i piedi nell’acqua fredda e con passi lenti avanzava nel mare, che lo abbracciava sempre di più salendo lungo il corpo, fino a quando con un movimento fluido iniziò a nuotare.


    Oltre al gustoso sidro elfico. L’unica eccezione per la quale apprezzava quel luogo era il mare, nel quale si tuffava ogni notte lasciandosi andare in lunghe nuotate rigeneranti.


    Nuotare era un momento in cui riusciva a non pensare, come se dimenticasse anche solo per poco tutto ciò che lo tormentava.


    Si faceva lunghe nuotate in mezzo alla baia e poi restava a galla guardando il cielo stellato. Nessun rumore, nessuna luce. Solo buio e silenzio, che gli permettevano di far riposare la sua testa senza pensare a nulla.
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